Le 50 Possibilità: XXXV - Materializzazione di scritte
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Pitigrilli, 1952 (2-XXXV-1):
«Pranzavo a Roma, in una trattoria caratteristica col mio amico Gustavo Rol; a un tavolo accanto al nostro era seduto un colonnello d’artiglieria. Quando volsi lo sguardo verso l’ufficiale, questi mi disse:
“Non mi riconosci? Eravamo compagni di ginnasio. Io sono Quarra”.
Prima che avessi il tempo di rispondere all’ufficiale, Gustavo Rol mi prese la mano che stavo avanzando per salutare, e sollevò una pagnotta. Sulla tovaglia era scritta a lapis la parola “Quarra”». -
Luigi Bazzoli, 1979 (2-XXXV-5):
«Lo sprovveduto spettatore è assalito da una folla di interrogativi: perché fa questo? Come riesce a farlo? Che cosa vuol dimostrare? Non ci saranno trucchi? Stavamo parlando appunto di questo con Rol, avviandoci al ristorante. La discussione era nel vivo quando ci sedemmo a tavola. Io dissi: “Certo di là ci lasciano dei dubbi”. Rol rispose: “Lei ha detto giustamente”. Io aprii il tovagliolo preparandomi a mangiare. Scritta a matita vi trovai la frase: “Certo di là ci lasciano dei dubbi”. Rol rise gioiosamente».
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Luciano Genta, 2003 (1-IX-8a):
«Del dottor Rol ne avevo solo sentito parlare, sino a quando, un bel giorno, venne nel mio negozio per comperare alcuni tubetti di colore. Era in compagnia di due signore di gradevole aspetto, capii da come queste lo chiamavano (“Gustavo, forse è questa la tinta che cerchi”) di chi si trattasse. Qualche tempo dopo lo incontrai nei pressi di un banco di frutta del mercato della vicina piazza. Lo salutai, lui mi riconobbe e mi invitò a seguirlo nella pasticceria di fronte. Una volta seduti al tavolino per consumare un caffè, mi chiese se avessi con me un foglio intonso. Gli risposi di no, però tirai fuori una busta bianca. “Può andar bene, la prenda. Adesso mi suggerisca un numero composto da tre cifre”. Nel frattempo Rol tira fuori una matita dal taschino e, coprendone con la mano la punta, la muove nell’aria. Azzardo il numero 821, poi, su sua indicazione, osservo il foglio sempre rimasto di fronte a me: a matita era comparsa proprio quella cifra. Glielo sporgo, lui gli appone un ghirigoro che in realtà era la sua firma stilizzata (...)».
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Yolande Sella, 2003 (2-XXXV-54):
«E poi un’altra sera... eravamo a mangiare nella piccola sala da pranzo privata [dell’Hotel du Cap], con una coppia di inglesi che erano degli amici che avevano un piccolo hotel a Biot, facevano gli albergatori a Biot, del genere “residenze private”, e lui era molto ferrato in cose come queste, e ha domandato di venire a passare la serata con noi. Ha passato la serata con noi, e ha fatto delle domande. In generale Rol non rispondeva alle domande che si facevano. Ad un momento dato, non si sa perché, era come un flash, se ne usciva con qualche cosa, che era del tutto un’altra cosa di ciò che voi avevate domandato, ma che era una verità che veniva fuori. E questo inglese, a un certo punto, affaticato dalle domande senza risposta, si è messo a mangiare, e poi – aveva un tovagliolo al collo – d’improvviso Rol dice a mio padre: “Avete una penna a sfera? una matita?” e lui “Sì”. Prende questa penna a sfera e fa davanti all’inglese un grande gesto. E l’inglese fa: “Hai!”, e il tovagliolo cade. E il signor Rol dice a questo inglese: “Aprite il vostro tovagliolo”. E nel tovagliolo c’era scritto, con questa penna, l’inchiostro di questa penna che gli avevamo dato: “Drive carefully home tomorrow...”, guidi con prudenza domani rientrando a casa, in Inghilterra. E questo signore, che si chiama Pickup, che è già morto, ha detto: “Ma è impressionante, questa è la scrittura di mio figlio morto in guerra!”, e ha detto: “Ne terrò certamente conto”».
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Velia Boccolini, 2014 (2-XXXV-72):
«Un mio amico, famoso medico di Torino, una sera andò a cena con lui e mentre cenavano questo medico pensò a me, in quel periodo ci frequentavamo, e vedendolo distratto Gustavo Rol scrisse senza penna solo con il dito della mano il mio nome e cognome su un tovagliolo... Naturalmente lui non sapeva niente di me».
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Luciano Roccia, 2011 (3-XXXV-110-111):
«Gli esperimenti si susseguivano uno dopo l’altro e vi assistevo curioso ma con una certa indifferenza1, finché Rol mi invitò a prendere un foglio bianco da un blocco di carta su un tavolo vicino. Mi disse di piegarlo in quattro e di infilarlo nella tasca interna della giacca. Poi chiuse gli occhi, si concentrò e mi ordinò di prendere un libro dalla biblioteca vicina e di leggerne una pagina qualsiasi. Iniziai a leggere la pagina aperta a caso e, a quel punto, Rol mi invitò a prendere il foglio che avevo in tasca. Scritto a mano, era riportato alla lettera il testo che avevo iniziato a leggere sul libro. Quell’esperimento decisamente mi colpì.
Qualche sera dopo eravamo a cena alle Tre colonne e verso la fine della serata offrii una bottiglia di champagne per festeggiare il mio compleanno. Mentre parlavo avevo in mano il tovagliolo spiegazzato. Rol a capo tavola dalla parte opposta alla mia fece dei gesti nell’aria come se scrivesse, e subito dopo Quaglia mi invitò ad aprire il tovagliolo: vi era scritto “12 gennaio 1939”». -
Cesare Romiti, 2008 (2-XXXV-74):
«Ho frequentato molto Rol, molto spesso a casa, ho passato delle serate che erano anche divertenti e allegre... Erano a casa sua, naturalmente dopo aver pranzato, non con lui, andavamo lì, e lui alla fine di questi esperimenti, che erano di tanti tipi, offriva dei cioccolatini...
Ho passato un paio di volte la serata, io lui e Fellini, che era incredibile, perché Fellini... Io avevo ammirazione per Rol, ma rimanevo sempre un po’ freddo, un po’ scettico. Fellini pendeva dalle sue labbra. E ho capito che qualunque cosa lui – anche non essendo a Torino – doveva fare, chiamava prima Rol... “Tu che ne pensi?”, “cosa posso fare?”...
E a proposito di Fellini, a Torino... lui venne a presentare l’ultimo film che aveva fatto. E dopo aver visto sto film lì al cinema, andammo al [ristorante] Cambio... uno dei buoni ristoranti di Torino. E... c’era il sindaco di allora che era [Diego] Novelli, c’era Fellini, c’ero io, c’era un paio di signore, poi c’era la produttrice del film, che era... Vania Traxat mi pare, e io ero seduto vicino a Fellini e di fronte a noi c’era Vania Traxat [Traxler]. E lui, che non aveva mai visto questa signora, l’aveva conosciuta quella sera, a un certo punto – lui c’aveva degli occhi molto azzurri, penetranti... che davano una certa impressione a guardarlo – si è rivolto a quella signora: “Senta signora, mi dica il nome del suo primo amore, il nome di quella persona che lei ha amato per prima nella vita”. Io mi ricordo che c’ho pure scherzato e ho detto: “Rol, dai, questa signora..” [e Rol] “No, no, no, mi dica il nome del suo primo amore”. E lei disse un nome. Adesso io non mi ricordo quale, ma disse per esempio “Guido”. Allora lui, guardandola fissa [dice:] “Prenda il tovagliolo, lo pieghi, lo stringa, lo metta nelle sue mani, tenga le sue mani così col tovagliolo dentro”. Lui tirò fuori la penna, e nell’aria scrisse “Guido”. [Poi disse:] “Apri il tovagliolo!”. Lei aprì il tovagliolo, e c’era scritto “Guido”. È svenuta. [ride] Abbiamo dovuto tirarla su, poi ha detto: “Tu pensi che mi posso portare via il tovagliolo?” “Portati via il tovagliolo...”». -
Vania Protti Traxler, 2019 (3-XXXV-119a):
[Commenta e completa la testimonianza di Romiti]
«L’unica cosa è che io non sono svenuta. Lui disse: “Prenda un tovagliolo in mano, lo stringa – lui stava seduto di fronte a me – e pensi a una cosa”. Io lì per lì non sapevo a che pensare, e ho pensato al primo filarino (si diceva così) che ho avuto nella mia vita quando avevo quattordici anni, al mare a Riccione, ho pensato a lui, al suo nome. Poi dopo un minuto lui m’ha detto “apra”, ho aperto il tovagliolo e sopra c’era scritto il nome di questo mio ragazzino. Una cosa impressionante. Perché poi era il diminutivo, lui si chiamava Enrico, e tutti lo chiamavamo Chicco. Quindi non c’era scritto Enrico, c’era proprio scritto “Chicco”. Una cosa impossibile a sapersi e inoltre da allora (era il 1952 o 1953) erano passati molti anni.
Rol l’ho incontrato solo in quella occasione ma me ne parlava spesso Fellini, il quale raccontava sempre che qualsiasi cosa doveva decidere chiedeva prima a lui».